Chiesa di San Giovanni Battista

6696 Mogno-Fusio, Lavizzara | Progetto arch. Mario Botta

In questo progetto il “costruire” come espressione della fatica dell’uomo e del suo attaccamento al territorio, si accompagna alla reazione emotiva per la carica devastatrice della natura: la valanga che nell’aprile del 1986 distrusse parte del villaggio di Mogno e la sua antica chiesetta.

Riflessioni dell'architetto Mario Botta

Sono trascorsi tredici anni da quando una valanga di neve scesa dalla montagna retrostante ha travolto, con alcune case del villaggio, anche la chiesa seicentesca di Mogno. 
Chiamato da alcuni amici riunitisi in associazione per la ricostruzione della chiesa, non avrei mai immaginato che quella prima visita al villaggio martoriato fosse anche l’inizio di un’avventura umana e architettonica che ha poi segnato con intensità l’itinerario del mio lavoro.
Ancora oggi non mi sono chiare le ragioni più profonde che hanno motivato e accompagnato questo mio impegno. È certo che attraverso il tribolato processo di questo progetto ho scoperto e approfondito le valenze primordiali nascoste nel mestiere, ritrovando una simbiosi fra il “pensare” e il “fare” che è ormai prerogativa difficile da scoprire nella prassi dell’architettura contemporanea.
In questa felice occasione il termine “ri-costruire” ha assunto nuovamente una connotazione positiva, lontana dalle tentazioni nostalgiche di un ricupero impossibile per assumere invece il carattere di una rivisitazione critica indirizzata soprattutto verso il nostro tempo e la nostra cultura. 
Proprio mediante un confronto serrato e continuo con le tracce fisiche del passato, si è reso possibile un percorso di approfondimento attraverso il territorio della memoria dove è ancora permesso scoprire ragioni e sentimenti per attuare un’azione di resistenza verso l’omologazione devastante del vivere quotidiano.
È l’architettura, nel suo continuo bisogno di affermarsi con “altro” rispetto alla natura e nel suo legittimo anelito a durare nel tempo, che offre, forse in misura maggiore rispetto ad altre discipline, quegli anticorpi capaci di contrastare l’euforia sfrenata dei consumi propria dell’appiattimento quotidiano.
Nel progetto di questa chiesa, sperduta nel fondo di una valle, dove forti resistono ancora i segni di una lotta atavica fra l’uomo e la montagna, mi è parso di intravedere una determinazione, un coraggio e una generosità che parlano di spinte ideali ancora possibili e ai quali l’architettura deve una risposta. 
Cosi, oltre al ricordo della vecchia chiesa distrutta, il nuovo edificio esprime la volontà di affrontare una improbabile futura valanga (sono stati realizzati a monte dei ripari valangari) e il desiderio di testimoniare e suggerire altri valori simbolici e metaforici che via via si sono moltiplicati lungo il percorso progettuale. All’architetto non e rimasto altro da fare che attingere alle origini dove i problemi, spogliati degli orpelli legati alle ragioni di un “tempo locale”, si sono riproposti nei loro valori di archetipi capaci ancora di dare risposte alle domande del nostro tempo.

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Estratto della monografia: " La chiesa che catturò il cielo"

Il sottile dualismo tra la possenza del costruito e la levita della copertura, del tutto inedita rispetto alla consistenza del tradizionale tetto in piode, testimonia l’anelito alla sopravvivenza del manufatto. La massa muraria viene indagata a fondo nel catino absidale e nelle doppie absidiole laterali, intersecate con un controllato effetto di dinamismo, ma soprattutto nel progressivo rastremarsi dei corsi in pietra che dallo spessore della muratura basamentale degradano fino alla leggerezza della sommità. La forma ellittica ha suggerito un richiamo all’architettura barocca e in particolare al Borromini di Carlino alle Quattro Fontane a Roma, che privilegia l’asse maggiore dell’ellisse. Botta, invece, organizza la chiesa secondo la direttrice minore, sottolineata a livello della copertura dall’asse di simmetria del lucernario, con un effetto di sfondamento laterale che dilata enormemente lo spazio interno.


L’esclusione di qualsiasi decoro a favore di un’insistita essenzialità è quanto di piu lontano dalle inquietezze del barocco, mentre vi è un esplicito riferimento all’architettura romanica dei maestri comacini. In questa chiave va letta la poderosa struttura degli archi di controspinta che enfatizzano la resistenza agli eventi naturali, la penombra della parte basamentale, la bicromia delle murature in elevazione e l’utilizzo di pochi elementi, la pietra e il ferro a sostegno della vetrata di copertura.


L’esiguità del dimensionamento viene riscattata dalla sintesi geometrica tra le figure del rettangolo, dell’ellisse e del cerchio con tutta una serie di significati simbolici tra cui l’ascesa dalla dimensione umana, rappresentata nello spazio regolare del basamento, alla perfezione divina suggerita dalla copertura circolare.

Titolo: La chiesa che catturò il cielo
Autore: Giuseppe Zois
Collaborazione: Sabrina Cattaneo
Fotografie: Jo Locatelli
Formato: 23.5×27.5 cm, 190 pagine a colori

Visite illustri alla chiesa

In tutti questi anni, sia quando la chiesa di Mogno era ancora in costruzione sia dopo la sua ultimazione, sono state tante le personalità svizzere e straniere che con la loro visita hanno voluto rendere omaggio ad una testimonianza religiosa e architettonica ormai nota in tutta Europa.

  

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